Troppi mattoncini? Mettiamo ordine!

Più di un amico mi ha chiesto consigli su come sistemare i propri mattoncini, sapendo della mia passione (è impossibile ignorarlo se sei mio amico, ogni occasione è buona per uno sproloquio su quanto belli siano, su quanto siano geniali, su come sviluppino le abilità nei bambini, su come sia rilassante per gli adulti, ecc. ecc.).

Premesso che i mattoncini non sono mai troppi, vediamo di inquadrare il problema e di proporre qualche strategia, andando a guardare anche come sistemano i propri gli appassionati.

Come? Dipende…

Tante sono le variabili e tante le situazioni, per cui vedremo di restringere il campo a quelle più generiche, anche perché un collezionista sa già come fare. Per comodità, possiamo definire qualcosa in merito a:

  • Quantità di mattoncini – pochi o tanti, sfusi o divisi in set.
  • Tipo di gioco – “pesca dal mucchio”, “per me solo set”, “prima il progetto”

Lo scopo della sistemazione, in ogni caso, è molteplice:

  • Far durare di più i mattoncini
  • Razionalizzare lo spazio
  • Avere sottomano tutto il necessario per costruire

La precedenza ai bambini

Non lo ripeterò mai abbastanza: i bambini devono poter giocare senza limitazioni e senza imposizioni. Quindi lasciamo che i mattoncini vengano consumati fino a diventare smussati negli spigoli, fino a perdere il colore.

Per chi li deve rifornire di materiale da costruzione, i pargoli, l’interesse è di non vedere dilapidata la piccola fortuna spesa in pezzetti di ABS colorato in tempi troppo brevi: conciliare questi due aspetti è apparentemente impossibile.

Quello che rovina i mattoncini è soprattutto la sporcizia che vi si raccoglie durante il gioco e lo sfregamento a cui sono sottoposti durante la ricerca del pezzo necessario, rimestando nel “bidone”. Dopo aver visto le precauzioni per far durare di più i mattoncini, possiamo dividere i mattoncini in categorie, dedicandogli contenitori differenti. Una strategia può essere separare i set dai mattoncini sfusi, e suddividere i mattoncini sfusi in contenitori differenti:

  • Set – possiamo tenerli divisi in buste con la zip, una per ogni set, etichettando ogni busta col nome e numero del set. Devono essere smontati, anche parzialmente, per fargli prendere meno spazio, controllando eventualmente che ci siano tutti i pezzi. Se il set è molto grande, possiamo usare più buste, numerandole “1 di 3”, “2 di 3” e via così. Se il set è molto grande e le istruzioni sono divise per buste numerate, si può usare il metodo della “costruzione al contrario”, seguendo le istruzioni nel libretto dal fondo si smonta gradualmente il set, usando delle buste con zip più piccole da numerare e inserire nella busta più grande. Occorre naturalmente un po’ di pazienza e di lavoro in più, il vantaggio è che alla fine abbiamo controllato che tutti i pezzi siano presenti.
  • Libretti delle istruzioni – I primi a deteriorarsi. Possiamo metterli in buste forate, ed archiviarli nei raccoglitori ad anelli A4. Se abbiamo a disposizione un tablet o un vecchio PC portatile, potente quanto basta per leggere i file PDF, andremo a scaricare le istruzioni in formato digitale e faremo usare quelle ai pargoli, salvando i libretti.
  • Pezzi sfusi generici – tutti i pezzi facilmente individuabili, anche perché presenti in buona quantità, senza rovistare a lungo nel “bidone”
  • Pezzi sfusi piccoli – pezzi che di solito finiscono in fondo al “bidone”, o incastrati dentro altri pezzi più grandi, o di cui abbiamo pochi esemplari
  • Minifig – non solo le parti del corpo, gambe, teste, ma anche gli accessori: cappelli, armi, attrezzi, cibo, stoviglie, pentolame, scudi, animaletti, ecc.

Se la quantità lo richiede e abbiamo spazio, possiamo aumentare il numero di contenitori e suddividere ancora:

  • Pezzi “speciali” – pezzi che hanno forme o usi particolari, e che abbiamo in piccole quantità o addirittura in esemplare unico: cerniere, ingranaggi, porte, parafanghi, ecc.
  • Pezzi trasparenti – i più delicati e i primi a rovinarsi. Metterli in una scatola separata li preserva più a lungo, soprattutto i parabrezza, i vetri di porte e finestre, i tettucci degli aerei e della astronavi.
  • Pezzi unici – parti molto grandi o usate solo in un set, tipo il muso di un elicottero, il corpo di un dinosauro, le ali di un drago, la pala di una scavatrice, e via così.

Quando una scatola diventa troppo piena, basta dividere il contenuto in due o più scatole secondo il nostro gusto.

Il gioco con i pezzi sfusi può essere organizzato mettendo un tappeto (un vecchio lenzuolo, una coperta) in terra, svuotarci il “bidone” con i pezzi sfusi generici e mettere intorno le scatole con gli altri pezzi in modo da renderli immediatamente disponibili ai costruttori. Al termine del gioco, possiamo anche educare i piccoli a rimettere a posto le cose ordinandole secondo la suddivisione scelta.

Il gioco con i set va organizzato in modo leggermente differente, fornendo al costruttore un buon numero di scatole e scatoline di varie dimensioni in cui dovrà suddividere i pezzi presi dalla busta del set secondo colore, dimensione, tipo, a piacere suo. Tutto questo per rendere il lavoro di costruzione organizzato e meno frustrante: cercare per diversi minuti un pezzetto perso in mezzo a un paio di centinaia di mattoncini colorati può essere un’impresa che alla fine scoraggia chiunque (anche se conosco qualche appassionato per cui la ricerca del pezzo è parte integrante del divertimento).

Questi consigli sono anche per chi ha collezioni ridotte di set o di pezzi sfusi: basta adattarli alle proprie esigenze ed alla dimensione della propria collezione.

Il collezionista

Una buona fetta di appassionati LEGO® fa parte della categoria dei collezionisti, per cui ogni singolo set, ogni libretto, ogni scatola è preziosa. Come per altri tipi di collezioni, spesso acquista due esemplari di un set, uno per costruirlo ed esporlo, uno per conservarlo intatto, senza aprire la scatola.

Senza esagerare, supponendo di avere una propria collezione di set, possiamo operare in parte come detto sopra:

  • Conservare i set smontati in buste con zip etichettate
  • Tenere i set esposti lontano dalla luce solare, possibilmente dentro mobili chiusi al riparo dalla polvere. Un noto produttore ha una linea di librerie le cui misure sembrano fatte apposta per accogliere i set da collezione.
  • Mettere i libretti delle istruzioni in buste forate archiviate nei raccoglitori
  • Si possono conservare anche le scatole, basta avere l’accortezza di aprirle usando un asciugacapelli per ammorbidire la colla a caldo con cui sono chiuse e smontarle per appiattirle, eventualmente tagliando i soli sigilli fatti con il nastro adesivo, senza rovinare la scatola.
  • Se si collezionano Minifig, usare delle teche o degli espositori per tenerle fuori polvere, e mettere quelle non esposte in piccole buste con zip, conservate in scatole più grandi

Quando vorremo costruire qualcosa dei nostri set, sfoglieremo i raccoglitori per scegliere il set, poi prenderemo il libretto delle istruzioni e le buste del relativo set, che avremo messo in scatole suddivisi per numerazione o per tema.

Il Mastro Costruttore

Indipendentemente dall’età anagrafica, il Mastro Costruttore spende buona parte del suo tempo ad organizzare la sua collezione di mattoncini, unicamente allo scopo di facilitare la costruzione delle sue opere originali.

Può lavorare abitualmente con un software di progettazione, come LDD o uno dei programmi della libreria LDraw, per poi generare un elenco di pezzi da prelevare dal suo archivio, oppure costruire “a braccio”, senza un progetto preciso, solo avendo in mente il risultato finale. Più spesso è un misto di questi due estremi: si parte con una bozza di progetto che poi viene affinata durante la costruzione, cambiando particolari o aggiungendo idee e dettagli strada facendo.

In ogni caso è importante che abbia sotto controllo la propria collezione e che non solo sappia trovare ogni elemento in breve tempo, ma sappia di averlo. Per questo l’organizzazione dei mattoncini prende tanta parte del suo tempo, e per lo stesso motivo fa incetta di scatole di tutte le misure, cassettiere da ferramenta, portaminuterie, buste con zip, visitando assiduamente i reparti “Sistemazione” dei centri commerciali.

Le regole per sistemare e catalogare i propri mattoncini sono molto personali e variano da un Mastro Costruttore all’altro, possiamo però elencare qualche linea guida:

  • Catalogazione per categoria “Bricklink” – è il sistema di catalogazione più utilizzato ed è considerato una sorta di standard dagli appassionati. Ad esempio, metteremo le ruote tutte insieme, ma daremo una categoria a parte alle ruote con il foro a “X” tipico degli elementi Technic™. Metteremo le cerniere nello stesso contenitore, ma daremo un altro contenitore alle cerniere “a scatto” (quelle che si bloccano ad intervalli prestabiliti con un dentino di arresto, “locking” su Bricklink)
  • Catalogazione per tipo di elemento (o per “design ID”) – qui ogni pezzo ha uno scomparto, un cassettino o una scatola dedicata. Per esempio i mattoncini 2×4, 2×3, 2×2, 1×2, 1×1, ognuno nella sua scatola, indipendentemente dal colore.
  • Catalogazione per colore – utilizzata specialmente con i colori “rari”, colori in cui sono realizzati pochi pezzi differenti, o comunque difficili da trovare nel caso della divisione per tipo o per categoria. Oppure quando abbiamo grandi quantità di pezzi in un determinato colore, ma con pochi tipi differenti di mattoncini della stessa categoria: per esempio tanti mattoncini bianchi 1×4, 1×6, 1×8.

Nella realtà l’organizzazione è una combinazione dei tre metodi, in funzione delle quantità e del nostro modo di costruire. La mia collezione ad esempio vede una scatola con tutti i mattoncini 2×4 in uno scomparto, e tutti i 2×3 e 2×2 nell’altro. A parte ho una scatola con tutti i mattoncini 2×4, 2×6, 2×3, 1×4, 1×6, 2×2, di colore grigio chiaro. In una scatola a scomparti per ferramenta tengo le plate (piastre) 1×1, le tile (mattonelle) 1×1, i “cheese slope” in scomparti separati con i colori mischiati, mentre in una scatola ho dei sacchettini con zip dove tengo tile 1×1 rosse trasparenti, plate 1×1 chiare trasparenti, “cheese” verde oliva e marrone scuro, dato che ne ho un centinaio di ognuna.

Man mano che la nostra collezione aumenta, possiamo operare suddividendo ulteriormente per tipo o per colore i contenitori troppo pieni: se abbiamo troppe ruote, le dividiamo un piccole e grandi, oppure in Technic e no; se abbiamo troppe tegole, le possiamo dividere per colore (nere e rosse), oppure per pendenza (quelle a 45° e quelle a 33°). Andando avanti così non avremo mai scatole troppo piene o disordinate, ma sarà sempre tutto in ordine. Semmai il problema sarà per la nostra memoria, dover ricordare dove sono i pezzi, o dove li abbiamo spostati dopo l’ultima riorganizzazione.

Il rischio in questi casi è di perdere il controllo della propria collezione, e alla fine non sapere più cosa abbiamo. Esistono dei software che permettono di tenere traccia dei propri mattoncini, ma occorre lavorarci sopra e tenere l’inventario aggiornato, cosa che diventa laboriosa se costruiamo cose da esporre: si deve tenere conto dei pezzi utilizzati, per evitare di trovarsi senza materiale, o peggio di comprare qualche centinaio di pezzi per poi scoprire che li avevamo già.

La soluzione ideale sarebbe un angolino dove tenere il tutto organizzato e catalogato, sempre sotto gli occhi, ma sono in pochi ad avere questa fortuna.

Il costruttore occasionale

Non dimentichiamoci di quella che è probabilmente la categoria più estesa, cioè quelli che costruiscono per rilassarsi, oppure per passare il tempo, o semplicemente perché gli piace. In questo caso il “bidone” è la soluzione migliore: si rovescia su un tavolo (meglio se sotto c’è una tovaglia in tinta pastello), tutti i pezzi in bella vista pronti per costruire. Niente preoccupazioni di rovinare i mattoncini, o di perderne qualcuno. Si gioca e basta.

De gustibus

In definitiva, non c’è un metodo valido per tutti e, fondamentalmente, ognuno ha un metodo personale affinato col tempo e con l’esperienza. Naturalmente, gli appassionati sono sempre a disposizione per suggerimenti e consigli.

Ci creeremo il nostro sistema di archiviazione con il tempo, in base allo spazio di cui disponiamo, ai nostri gusti ed al nostro metodo di costruzione.

Annunci

Treni LEGO® e batterie al litio: ricarica wireless

(N.B.: modificata la parte sulla bobina trasmettitore dopo la pubblicazione)

Dopo aver realizzato il nostro pacco batterie al litio in versione minima, un altro appassionato è andato oltre, aggiungendo il circuito di ricarica, basato sul modulo TP4056, e un contenitore stampato in 3D.

E allora io rilancio: aggiungo un caricabatteria wireless.

Prima però, le consuete
Avvertenze: niente di quello che viene scritto e detto qui ha una garanzia di funzionamento o di utilità. Le operazioni richiedono esperienza nel campo, mentre i componenti utilizzati hanno limiti e precauzioni d’uso, e vanno maneggiati solo da persone con specifiche competenze. Non mi assumo nessuna responsabilità né sul funzionamento né su eventuali danni a persone o cose che possano derivare da usi impropri o imprudenti di quanto qui descritto. Gli accumulatori al Litio hanno specifiche precauzioni d’uso, riferirsi alle schede tecniche dei rispettivi produttori.

Chi carica?

Esiste una tecnologia utilizzata nei telefoni cellulari in grado di trasferire piccole potenze a breve distanza senza utilizzare alcun contatto elettrico, chiamata Qi-Charging (da qui il pietoso gioco di parole nel titolo).

A destra il trasmettitore, a sinistra la bobina ricevente Qi-charger

Funziona per mezzo di circuiti risonanti, ossia un circuito composto da una bobina ed un condensatore: se si mettono vicini due circuiti con la stessa frequenza di risonanza e se ne alimenta uno con corrente alla frequenza di risonanza, l’altro entrerà in risonanza, appunto, trasferendo una buona fetta della corrente attraverso lo spazio fra le due bobine. Il trasferimento di energia è tanto più efficiente quanto più sono identici i due circuiti e la frequenza della corrente corrisponde alla frequenza di risonanza. Un po’ lo stesso principio per cui se si mettono vicine due chitarre, se sono perfettamente accordate, pizzicando una corda su una, la stessa corda sull’altra inizia a vibrare.

Razzolando su Amazon, ho trovato diversi esempi di sistemi a basso costo per adattare un qualsiasi telefonino per essere caricato con questa tecnologia, ed i prezzi sono relativamente economici:

  • L’unità trasmettitore – a partire da 7 euro, fino a meno di 10 euro, ne esistono di vari tipi, tutti adatti. Non spenderemo di più, non ne vale la pena. Ho provato questo tipo e questo. Non è compreso l’alimentatore, ma è sufficiente un qualsiasi caricabatterie USB da 2A a 5V. Attenzione che l’alimentatore deve erogare 2A, non 1A.
  • L’unità ricevente – I prezzi sono più o meno gli stessi dell’unità trasmittente. Personalmente ho provato questo e questo.

Per quello che ho potuto vedere sono equivalenti, e non vale la pena spenderci di più. Fra l’altro i circuiti sono praticamente tutti uguali, al netto di pochi dettagli. Privilegeremo il ricevitore più piccolo possibile, anche se la dimensione esterna, come vedremo, non è molto indicativa, dato che le dimensioni interne sono standardizzate.

Il trasmettitore ha due differenti versioni: quello a singola bobina e quello a più bobine. Quello multi-bobina dovrebbe permettere un allineamento meno critico, ma per quello che ho potuto vedere (ne ho comprato uno per provare, questo) non è molto più efficiente di quello a singola bobina, e, come vedremo fra poco, potrebbe essere molto più complicato da sistemare.

Come utilizzarlo

Ho realizzato un prototipo che ho usato per i primi esperimenti, e ne ho realizzato un altro per una versione ancora più sofisticata di cui parleremo appena terminati i collaudi in corso (non voglio dire di più, è una sorpresa).

L’idea di base è di inserire il trasmettitore, o meglio la sua bobina, su un tratto di binari, mentre il ricevitore va inserito sotto il locomotore, o comunque nella stessa carrozza dove sta il pacco batterie. Dobbiamo però prima considerare alcuni requisiti per il funzionamento del sistema Qi-Charger:

  • La distanza di funzionamento fra le bobine è meno di 8mm, e non devono esserci ostacoli metallici fra ricevitore e trasmettitore.
  • Non devono esserci oggetti metallici di qualsiasi tipo nei pressi sia del ricevitore che del trasmettitore: interferiscono con la risonanza.
  • Al momento della ricarica il posizionamento deve essere abbastanza preciso e rimanere stabile per tutto il tempo di ricarica.
  • Il trasmettitore è piuttosto ingombrante, e posizionato sotto il binario rimane troppo distante dalla bobina ricevente, per cui va posizionato in modo differente. Dovremo smontarlo per poterlo fare.
  • Lo stesso succede per la bobina ricevente: è piuttosto grande, sicuramente più larga di un treno standard LEGO®, e troppo lunga per poterla posizionare fra i due carrelli del locomotore, per cui anche qui dovremo smontare la bobina e lavorarci sopra.

Ma andiamo con ordine.

Il trasmettitore

Tutti i trasmettitori Qi hanno grossomodo la stessa struttura:

  • La bobina di trasmissione
  • Un foglio di materiale ferromagnetico (di solito ferrite)
  • Il circuito elettronico di gestione

Il foglio di materiale ferromagnetico è parte integrante della bobina di trasmissione e deve essere accoppiato alla bobina. Aprendo un trasmettitore per Qi-charger la situazione è più o meno quella in foto.

Il trasmettitore aperto.
La bobina con sotto il foglio di materiale ferromagnetico.

Il primo problema è che la bobina col foglio di materiale ferromagnetico ha un diametro di 5cm precisi (le dimensioni fanno parte dello standard), mentre lo spazio fra i due binari LEGO è circa 3,5cm.

Confronto fra bobina e binario LEGO PF™

Si può agire in due modi in un solo modo:

  • Con un minitrapano possiamo tagliare una traversina di un binario dritto PF, ed assottigliare le due “travi” in modo da poterci inserire il gruppo bobina/foglio di ferrite dal basso. La superficie della bobina dovrà essere posizionata più o meno all’altezza dei bottoncini delle traversine. Renderà un po’ debole quel segmento di tracciato, e dovremo seviziare in modo irreparabile un elemento LEGO.
  • Stacchiamo la bobina dal foglio di ferrite, delicatamente la deformiamo per farla diventare ovale per entrare fra le due “travi”. Spezziamo il foglio di ferrite (è molto fragile e si può fare tranquillamente con le dita) alla dimensione che entra esattamente sotto la bobina e incolliamo il tutto ad una delle traversine con la colla a caldo. Non rovineremo nulla (la colla a caldo si toglie abbastanza facilmente), ma dovremo confidare nella capacità del sistema Qi-charger di tollerare un imperfetto allineamento di trasmettitore e ricevitore, diminuendo leggermente l’efficienza.

Scegliete tranquillamente fra le due alternative, sono praticamente equivalenti. Io ho preferito la colla a caldo, ma solo perché sono oggettivamente incapace di usare un minitrapano con la precisione necessaria per creare l’alloggiamento della bobina nel tracciato.

(Edit del 2 novembre 2017)
Alla fine ho dovuto gettare la spugna: l’ovalizzazione della bobina trasmittente e la rottura del fogli di ferrite rende troppo critico il sistema, e l’allineamento è delicato e difficoltoso, al punto che anche se perfettamente allineati il collegamento è instabile e inizia a fluttuare, rendendo la carica inefficace. L’unico sistema affidabile è mantenere la geometria della bobina di trasmissione (quella di ricezione non viene toccata). Qui sotto possiamo vedere il binario preparato per accogliere la bobina “nuda”. Non occorre separare bobina e foglio di ferrite, anzi lo lasciamo intatto.

Il binario modificato per accettare la bobina
La bobina in posizione

Guardando le foto sopra (oltre ad avere conferma della mia incapacità a manovrare un minitrapano…) viene il dubbio che probabilmente non è necessario tagliare la traversina, ma solo assottigliarla dal basso. Io ho preferito tagliarla per sicurezza, ma comunque non interferisce con la carica, visto che è di plastica. Inoltre ho constatato con una certa sorpresa che nonostante le “sevizie” il binario ha ancora una buona rigidità strutturale, che può essere incrementata usando una colla a caldo o meglio una colla epossidica a due componenti per fissare la bobina, ma non è necessario: si può usare anche un pezzetto di quella pasta adesiva per incollare le foto all’album, o il mastice adesivo per il lavabo o il piano cottura della cucina, costa praticamente niente ed è un ottimo adesivo, rimovibile all’occorrenza. Lo scopo è soltanto tenere in posizione la bobina, niente di più.

Faremo attenzione a far passare i fili che vanno dalla bobina al circuito di controllo sotto il binario, altrimenti verranno tranciati dal passaggio del treno dopo un po’ di giri, oltre a rovinare le ruote del treno.

La bobina inserita, vista da sopra.

Il circuito elettronico può trovare posto in una piccola struttura nascosta di fianco ai binari. Visto che qui faremo fermare il locomotore, può essere una stazione o un binario di parcheggio servito da uno scambio. Non ho dubbi che troveremo un punto dove nasconderlo nel nostro diorama ferroviario.

Senza rovinare nulla

Grazie a un altro AFOL socio ItLUG (Giovanni, LegoAmaryl nel Forum di ItLUG), che ha suggerito l’uso dei binari #3228c, fra l’altro presenti nello stesso set #60052 del treno merci. Ci sono dei problemi di allineamento, data la differente modalità di incastro, ma lavorando con i cosiddetti “jumper” ho provato a sostituire il binario “seviziato” con uno costruito, soluzione meno indigesta agli AFOL.

I pezzi necessari per la soluzione “AFOL-approved”

L’unica controindicazione è che non sarà possibile attaccare i pezzi ad una baseplate, perché saranno sfalsati di mezzo bottoncino. Si può ovviare rinunciando alle traversine ed usando jumper sotto i binari per parte della lunghezza, anche se risulta forse meno gradevole dal punto di vista estetico.

Il binario con la bobina piazzata sotto.

Qui sopra il risultato completo. Non c’è bisogno di tagliare o incollare nulla, al più usare un po’ di quella pasta adesiva di cui parlavamo sopra per tenere ferma la bobina.

Il ricevitore

La reale dimensione della bobina ricevente è abbastanza più piccola della dimensione esterna. Basta mettere in controluce il ricevitore per sincerarsene.

Il ricevitore in controluce. Il rettangolo a destra è la bobina

Il tutto è composto da tre elementi:

  • La bobina ricevente, con annesso foglio di ferrite
  • Il circuito elettronico di controllo
  • Il cavetto piatto con la spina microUSB, fragilissimo

Dato che lo spessore è intorno al millimetro, per racchiudere i vari componenti sono usati due fogli di plastica adesiva accoppiati. Separarli è abbastanza facile: tirando da un lato il cavetto e aiutandosi con l’unghia, si separano i due fogli a partire dal cavetto.

L’interno. Notare che la bobina ha un verso e sotto ha il foglio di ferrite.

Poi occorre tagliare il foglio di plastica in modo da poter piegare il circuito e farlo aderire al retro della bobina. Attenzione che la bobina ha un verso: il lato ricevente è quello dove si vedono i fili, l’altro ha il foglio di ferrite che lo scherma, quindi se sbagliamo lato non funzionerà. Il lato “buono” è quello con i rettangoli concentrici disegnati sopra il foglio di plastica protettivo e deve essere affacciato verso la bobina trasmettitore. Praticamente le due bobine devono “vedersi”. Plastica, carta, legno sono “trasparenti”, ma metalli e ferrite costituiscono uno schermo impenetrabile.

Il taglio da eseguire, lungo la linea rossa

Nella foto sopra si vedono i contatti di uscita dei 5V: quello centrale è il negativo, i due laterali sono il positivo. Sono così perché il ricevitore è in due versioni, uno anche con la spina microUSB rovesciata, quindi lo stesso cavetto, ma saldato rovesciato. Potete tranquillamente dissaldare il cavetto con un normale saldatore per elettronica, il circuito stampato regge il calore.

Dopo, i due fogli di plastica protettiva vanno tagliati a filo sia della bobina che del circuito elettronico, in modo da ridurre le dimensioni il più possibile senza impattare sul funzionamento. Possiamo anche togliere del tutto i fogli protettivi, solo che la bobina sarà esposta e diventa facile rovinarla, è piuttosto delicata. Io ho preferito tenere solo quelli sulla bobina, e tagliarli a filo fra il circuito elettronico e la bobina stessa, lasciando a nudo il circuito: è meno esposto, una volta ripiegato dietro la bobina.

Ho poi sostituito il cavetto con uno un po’ più lungo e meno fragile, perché quello originale è veramente delicato e troppo corto. Attenzione a rispettare la polarità, di solito hanno il negativo al centro dei tre contatti e i due laterali sono il positivo dei 5V. Ho preso una piastra 2×4 e l’ho incollata con la colla a caldo sopra la bobina con il circuito ripiegato sopra ed il cavetto nascosto sotto la piastra.

Il ricevitore adattato e finito. Notare il circuito ripiegato dietro la bobina e la piastra 2×4
Il lato “caldo” della bobina, quello che va messo verso il trasmettitore

Ecco il risultato finito. Basta collegare il cavetto all’ingresso del modulo TP4056 e siamo pronti.

Il sistema di carica

Il modulo TP4056 è pensato per caricare un singolo elemento Li-Ion a partire da un’alimentazione da 5V, diretta o via cavetto microUSB, infatti ha un connettore microUSB a bordo.

Il modulo ha tutto quello che serve per caricare una cella Li-Ion senza pericoli e utilizzando le specifiche consigliate da tutti i maggiori produttori di batterie. La corrente di carica è limitata a 1A, per cui qualsiasi batteria 18650 con capacità minima di 1800mAh viene caricata perfettamente e correttamente.

schema-collegamenti-PF2
Lo schema totale del circuito con il modulo di carica.

Qui sopra uno schemino di come va collegato al circuito che abbiamo realizzato nel pacco batterie “custom” al litio.

La dimensione del tutto è compatibile con l’alloggiamento all’interno del locomotore riservato al pacco batterie PF. Faremo passare il cavetto che arriva dal ricevitore Qi-Charger dal foro inferiore nel pianale del locomotore, dove passa già il cavetto che alimenta il motore.

La bobina va posizionata in modo tale che rimanga circa 1mm sopra il profilo superiore dei binari, in modo da non interferire con le curve o eventuali dettagli estetici del percorso.

IMG_20170521_110752
La bobina ricevitore installata sotto il locomotore.

Qui sopra un esempio di posizionamento della bobina ricevente sotto il locomotore del treno merci #60052. Lo spazio fra i carrelli e la bobina è sufficiente a far eseguire al treno le curve senza impedimenti.

Una possibile sistemazione è usare uno scambio ferroviario e creare un binario di parcheggio parallelo al binario principale, con i respingenti al termine, posizionati in modo che quando il locomotore vi arriva a contatto la bobina di trasmissione e quella di ricezione si allineano ed inizia la carica. La conferma è doppia: sul circuito che alimenta la bobina di trasmissione si accende un LED che indica l’avvenuto allineamento, mentre sul modulo TP4056 si accende un LED rosso ad indicare che arrivano i 5V in ingresso e la batteria è in carica, di solito ci voglio un paio di secondi per avere l’inizio della carica. Quando la batteria è completamente carica si spegne il LED rosso e si accende quello verde, sempre sul modulo TP4056.

Quanto costa

Trasmettitore e ricevitore Qi-Charger costano dai 16 ai 20 euro in coppia. Il modulo TP4056 si trova su Amazon a prezzi variabili fra 80 centesimi (pacco da 10 a 8 euro) e 3 euro (esemplare singolo). Se abbiamo già realizzato il pacco batteria “custom” con circa 20 euro convertiamo il tutto alla ricarica wireless. Se invece ci accontentiamo del solo modulo TP4056 con pochi centesimi aggiungiamo la funzione di ricarica USB al pacco batterie, come ha già fatto Pivan, l’appassionato LEGO che ha realizzato il pacco batterie con la stampa 3D.

Con due treni modificati possiamo andare avanti alternando (uno in carica ed uno in movimento) per una giornata intera, non male.

Un mattoncino pulito è un mattoncino felice.

Ne avevamo accennato parlando della salvaguardia della nostra collezione, è arrivato il momento di spenderci qualche parola in più.

Un bambino troppo pulito non è un bambino felice.

Mi permetto di prendere a prestito questa frase, attribuita a Giorgio Gaber (anche se non ho trovato una fonte certa), per ribadire un concetto che molti dimenticano: i mattoncini sono un giocattolo, e i bambini devono poterci giocare senza ricevere continue reprimende sul come devono giocare.

Quindi, a parte i discorsi di comodità per il gioco (e anche per noi genitori di futuri AFOL, che poi dobbiamo recuperare pezzetti sparsi ovunque e consumare fiumi di colla per riparare mattoncini rotti, minifig infortunate e veicoli incidentati), resta il fatto che i mattoncini devono sporcarsi (e anche rompersi) per fare il loro lavoro, cioè sviluppare tanti aspetti motori e cognitivi dei bambini.

Detto questo, veniamo al sodo: arriva il momento in cui è difficile capire di che colore è un mattoncino, o quando un pezzo ti rimane attaccato alle dita per la presenza di sostanze appiccicose e zuccherine (marmellata, miele, cioccolata, tutte cose trasferite dalle mani dei pargoli).

(N.B. si parla solo di pulizia. Se intendete sbiancarli, date uno sguardo qui)

Precauzioni

Prima di tutto occorre ricordare alcune caratteristiche del materiale di cui sono fatti i mattoncini:

  • i mattoncini sono di plastica, anzi, due tipi differenti di plastica: ABS per la maggior parte dei pezzi, policarbonato per i pezzi trasparenti, e per alcuni pezzi che necessitano di migliori caratteristiche meccaniche (alcuni pezzi Technic™ per esempio). La plastica è un materiale elastico e resistente, ma non è molto duro: le nostre unghie sono più dure, per non parlare dei denti. Quindi tendono a graffiarsi e ammaccarsi, anche solo sbattendo fra di loro. Inoltre il policarbonato è più duro dell’ABS.
  • L’ABS è un materiale termoplastico, ossia col calore si ammorbidisce e perde le caratteristiche di elasticità e rigidità, allo stesso modo del vetro. Non ha un punto di fusione vero e proprio, ma la sua “solidità” diminuisce impercettibilmente con l’aumentare della temperatura, ed intorno ai 105°C diventa una pasta viscosa. Questo fa sì che anche con temperature molto inferiori, se sottoposto a sollecitazioni meccaniche, tenda a deformarsi permanentemente. Per questo capita a volte di trovare piastre 8×4 (o più grandi) vistosamente imbarcate in set appena aperti: può essere che la scatola sia stata in ambienti a temperatura poco confortevole (un container sotto il sole) e la piastra si trovava sotto altri pezzi. L’ABS è utilizzabile fra -20°C e +80°C, ma già a 50-60°C, se sottoposto a sollecitazioni meccaniche, si deforma permanentemente.
  • Il policarbonato è più duro e meno sensibile al calore (la temperatura di “plasticità” è 150°C, contro i 105°C dell’ABS), ma l’acqua calda sopra i 70° lo attacca chimicamente, decomponendolo.
  • Come quasi tutte le plastiche, l’ABS è attaccato chimicamente da molti solventi, e si scioglie nell’acetone (il solvente per lo smalto delle unghie). Tanto è che l’acetone è uno dei metodi per incollare i mattoncini rotti, e uno dei componenti principali della colla per modellismo, perfetta per incollare i mattoncini. NO, i mattoncini NON SI INCOLLANO MAI! (quasi mai)
  • Sia il policarbonato che l’ABS vengono decomposti dai raggi ultravioletti. Quindi la luce del Sole è la nemesi dei mattoncini.
  • La plastica invecchia. Tutta la plastica. E l’invecchiamento ha tanti effetti, i più gravi sono meno elasticità (quindi i mattoncini diventano più fragili) e porosità (ossia il materiale diventa meno compatto e può impregnarsi di altre sostanze con cui viene a contatto).

Vanno poi considerati anche altri materiali utilizzati nei set: la gomma, le vernici delle decorazioni, gli adesivi, le stoffe, gli elastici, le corde. Fortunatamente, possiamo almeno affermare che siano tutti prodotti derivati da polimeri e fibre sintetiche, a parte la colla degli adesivi.

Polvere sugli scaffali

Noi AFOL esponiamo usualmente la nostra collezione, non possiamo farne a meno. Anche usando mobiletti con sportelli in vetro o teche trasparenti, alla fine la polvere entra dappertutto e si deposita implacabilmente. Per non parlare di quando si partecipa ad una esposizione per appassionati: capita che in un paio di giorni la polvere accumulata nasconda i colori dei mattoncini, specialmente quando ci si trova in luoghi presso prati o aree di gioco per bambini.

Qui la scelta dipende anche dalla dimensione del problema:

  • Pennelli – va bene qualsiasi pennello che abbia setole morbide, preferibilmente naturali. Vanno bene i pennelli per imbiancare, quelli per tempera ed acquerello, e ne servono di varie misure, per i lavori su grandi superfici e nei dettagli. Ottimi anche i pennelli da barbiere (sia quelli per il sapone da barba che quelli per togliere i frammenti di capelli dal collo, fastidiosissimi) e quelle spazzole con le setole morbidissime per i neonati, se ancora si trovano in commercio. L’unico difetto è che spostano la polvere, non la eliminano.
  • Bombolette di aria compressa o compressore – Vanno molto bene per grandi superfici e generalmente tolgono anche la polvere più ostinata. Anche qui il difetto è che spostano la polvere, invece di eliminarla.
  • Aspirapolvere – di solito sono l’incubo dell’AFOL. Come ho detto più volte, in casa nostra non si butta mai un sacchetto pieno senza un accurato controllo visivo del contenuto. Adottando però alcuni accorgimenti, l’aspirapolvere può essere la nostra salvezza: in coppia col pennello e mettendo davanti la bocchetta di aspirazione un pezzo di stoffa a rete (tipo una calza femminile o un quadrato di tulle preso da una bomboniera o da una decorazione) è efficacissimo e i pezzi piccoli non vengono aspirati perché si fermano sulla stoffa.
  • Panni speciali – Quelli “attirapolvere”, con effetto elettrostatico, non funzionano granché: la plastica è il materiale principe per l’accumulo di cariche elettrostatiche. Funzionano bene quelli in microfibra per i vetri e le superfici delicate, da usare leggermente inumiditi con acqua.

Quello che occorre anche sapere è che la polvere non è tutta uguale: semplificando enormemente il discorso possiamo individuare alcuni tipi principali di polvere:

  • polvere “di casa” – è costituita di cose che sono normalmente nelle nostre case: un misto fra fibre di tessuto, residui del nostro corpo (frammenti di pelle, peli e capelli), briciole, fibre di cellulosa. Non è “grassa”, non è appiccicosa, è di colore chiaro e non ha caratteristiche meccaniche di nota. E’ anche quella che viene via più facilmente, usando un qualsiasi metodo di quelli detti sopra. Inoltre è una polvere “innocua”, cioè non lascia residui chimici e non graffia le superfici quando viene tolta con un pennello o un panno.
  • polvere “di terra” – viene di solito da superfici in cemento o muratura, campi, aree “verdi”. In breve, da tutte le situazioni che vedono una superficie di materiale edile, sabbia o terra esposta. E’ il tipo più frequente alle esposizioni degli appassionati, spesso all’aperto in tendoni, in capannoni col pavimento in cemento grezzo o in luoghi vicino parchi e aree verdi. E’ costituita di granelli minutissimi del materiale da cui proviene, e può essere sottilissima, impalpabile, ed ha il colore prevalente del materiale da cui proviene: grigio se cemento, bianca se da terra battuta o da ghiaia, marrone-rosso se da mattoni o da aree destinate allo sport. E’ estremamente abrasiva, e se è “strofinata” sulla superficie dove è depositata opera come la carta smeriglio. Toglierla è in teoria facile, ma occorre evitare di “premerla” verso la superficie: il pennello va bene, ma deve essere molto morbido; l’aria compressa deve avere poca pressione, altrimenti lavora come una smerigliatrice a sabbia; l’aspirapolvere è ottimo, ma non sempre ha la potenza per staccare la polvere dalla superficie; i panni in microfibra funzionano, sempre umidi, ma il primo passaggio di pulizia deve essere fatto “tamponando” la superficie, non strofinando, per far attaccare la polvere al panno, che poi va sciacquato prima di passarlo una seconda volta, altrimenti è come usare la smerigliatrice.
  • polvere “di inquinamento” – scarichi dei mezzi di trasporto, fumi delle caldaie condominiali, scarichi industriali, polveri sottili da inquinamento, tutte queste polveri hanno una consistenza minutissima e sono costituite da particelle di sostanze chimiche grasse e collose, oltre ad avere molto spesso un colore molto scuro. Ha inoltre la caratteristica di penetrare nei materiali dove si deposita se vi rimane per un tempo sufficiente. I fumi originati dalla combustione del carbone sono leggermente differenti, e hanno caratteristiche più simili alla polvere “di terra”, anche se hanno una parte di sostanze grasse. E’ probabilmente il tipo di polvere peggiore, perché è difficile da rimuovere e macchia. I panni in microfibra sono il metodo migliore, e se la polvere è molto grassa, si possono aggiungere all’acqua detergenti del tipo normalmente utilizzato per pulire i vetri.

Nella realtà quotidiana, la polvere non è di un unico tipo, è piuttosto un misto dei tre tipi, ma uno sarà sempre prevalente, quindi vale la scelta del metodo adatto per il tipo prevalente.

Patatine fritte, birra e mattoncini

Ebbene, lo ammetto: quando costruisco qualcosa, ho sempre il supporto di una ciotola di patatine fritte ed una birra ghiacciata. E’ rilassante e gratificante. Certo, alla fine qualche creazione viene fuori un po’ “unta”.

E’ un classico: “bambini, cosa volete per merenda?” chiesto mentre sul pavimento è in corso la costruzione del più alto grattacielo che minifig abbia mai visto, o nel pieno di una battaglia fra il Regno del Leone Dorato e il Principato del Drago Nero. Abbandonare i mattoncini è impossibile, per cui spesso si finisce per avere mattoncini talmente appiccicosi che si tengono anche senza incastro, o che non tengono più l’incastro perché troppo unti.

In qualche modo dobbiamo intervenire per riportarli a condizioni decenti, ma in questo caso le cose, paradossalmente, sono più semplici: panni morbidi, meglio se di microfibra, leggermente inumiditi con acqua. Se il panno è di microfibra non servono detergenti, la microfibra ha potere sgrassante, mentre nel caso di panni normali può aiutare un detergente per vetri e superfici delicate, spruzzato sul panno, non sui mattoncini.

Se invece parliamo di miele o marmellata, il panno deve essere un po’ più bagnato, per sciogliere le sostanze zuccherine.

Quando ci vuole, ci vuole

Magari li abbiamo comprati usati ad un mercatino. Oppure li avevamo in uno scatolone in garage, dimenticati da tempo. Oppure il pargolo ci ha giocato ininterrottamente da quando ha mosso i primi passi, e adesso chiede le chiavi dell’auto.
Alla fine, uno si arrende: occorre lavarli.
Qui è ancora più facile di tutte le altre situazioni, anche perché non abbiamo molte alternative:

  • Acqua tiepida, massimo 45°. Abbiamo detto che il calore eccessivo deforma i mattoncini: evitiamo, e comunque non serve più calda, davvero.
  • Detergente per tessuti sintetici. Così siamo sicuri che non toccherà in nessun modo i mattoncini, né sull’aspetto, né sul colore. Il detersivo per piatti è troppo aggressivo, quello per lavastoviglie è abrasivo, il bagnoschiuma è inutilmente profumato e poco sgrassante. Attenzione ai detergenti con effetto sbiancante: cambiano il colore dei mattoncini, operando in due modi: con la decolorazione (causata da ipoclorito di sodio o perossido di idrogeno, volgarmente: candeggina e acqua ossigenata) e con uno sbiancante ottico, ossia un colorante che inganna l’occhio.
  • Spazzolino da denti, possibilmente nuovo. Gli spazzolini da denti sono gli unici che hanno le setole con la punta arrotondata, proprio per non graffiare le gengive. Se non graffiano le gengive, a maggior ragione non graffieranno i mattoncini.

Prendiamo due vaschette e le riempiamo di acqua tiepida (troppo calda deforma i mattoncini, ricordate?), poi ad una aggiungiamo il detersivo per tessuti sintetici e lo facciamo sciogliere per bene. Vi aggiungiamo i mattoncini, anche pochi per volta. Se sono poco sporchi, basta agitare un po’ l’acqua con le dita ogni tanto, e lasciarli a bagno per una decina di minuti. Se invece sono molto sporchi, soprattutto intorno ai bottoncini o nei dettagli, occorre lavorare di spazzolino da denti, delicatamente, spostando quelli spazzolati nella vaschetta con l’acqua pulita.

Facciamo attenzione ai pezzi decorati ed a quelli con gli adesivi: sia la vernice che l’adesivo potrebbero essere rovinati sia dall’acqua che dallo spazzolino o dal detersivo, quindi li teniamo da parte e li laviamo passandoli rapidamente prima nell’acqua col detersivo e poi sciacquandoli, senza tenerli a bagno a lungo.

Possiamo invece lavare tranquillamente le parti in gomma, le corde ed i cordini, gli elastici, le parti di stoffa (vele e mantelli): detersivo ed acqua tiepida sono perfettamente compatibili con questi materiali.

Alla fine, mettiamoli con tutta la vaschetta sotto il getto dell’acqua fredda: quando non faranno più schiuma saranno perfettamente sciacquati e puliti. Scoliamoli e disponiamoli dentro un canovaccio da cucina, una tovaglia o un vecchio lenzuolo, puliti, ovviamente. Per togliere l’acqua in eccesso possiamo fare la centrifuga “a mano”: chiudiamo il panno prendendo saldamente i quattro angoli, poi lo facciamo roteare rapidamente a braccio esteso (fatelo all’aperto, altrimenti bagnerete tutta la stanza…). Tolta l’acqua in eccesso, apriamo il panno e disponiamoli ben sparsi in un solo strato, in modo da farli asciugare all’aria libera. Niente asciugacapelli o altre fonti di calore dirette, peggio che mai il Sole. E’ ammesso il termosifone o il climatizzatore, ma la temperatura deve essere tale da essere confortevole per un essere umano: se vi mettete nello stesso punto non dovete sudare, capiamoci.

Per chi ha fretta

Se siete AFOL degni di questo nome, quello che segue non lo farete mai, neanche se aveste da pulire una tonnellata di mattoncini inglobati nel miele miscelato con l’olio della frittura di pesce e sepolti nel letame.

Premesso ciò, se i mattoncini sono già abbastanza vecchi e hanno perso la brillantezza, se proprio non vi preoccupa la comparsa di graffietti e piccole ammaccature, se avete poca pazienza e non vi importa di rovinare un po’ i mattoncini, si può fare un lavaggio in lavatrice dentro un sacchetto di quelli a rete per la biancheria o dentro due federe da cuscino, una dentro l’altra, entrambe ben chiuse, se volete avere la vostra lavabiancheria ancora funzionante al termine: un paio di mattoncini 1×1 incastrati nella pompa di scarico dell’acqua e vi tocca chiamare l’assistenza. Poi non dite che non vi ho avvertito.

Come sopra, usate un detersivo per tessuti sintetici e verificate che non vi siano residui di candeggina o sbiancanti. No, l’ammorbidente è inutile: non diminuisce il dolore se calpestate un mattoncino a piedi nudi. Impostate un programma per tessuti delicati o sintetici, temperatura massima 40°. Evitate la centrifuga, ma se proprio volete ignorare tutti gli avvertimenti, impostate la più breve e delicata possibile.

Alla fine avrete i mattoncini puliti e graffiati a puntino, ma tanto li volevate puliti e al diavolo i graffi.

Non nominatela nemmeno

La lavapiatti. NO. Zitti.

LEGO® spiegata ad un adulto “normale”

Una versione aggiornata di questo articolo la trovi qui.

Ok, è il caso di fare un minimo di chiarezza. Mettete a letto i bambini, che dobbiamo parlare di cose poco adatte a loro.

Come per il caso del set LEGO da collezionisti venduto a cifre indecenti, negli ultimi giorni gli amici mi hanno tempestato di messaggi per avvertirmi di una occasione imperdibile: un’attrice di film “particolari” vuole una creazione LEGO da esporre nel suo soggiorno. L’autore dell’opera migliore verrà omaggiato di una “prestazione in natura”, come si suol dire…

Il messaggio è stato pubblicato sul noto social network Twitter. Ora non c’è più, a quanto pare rimosso per ragioni legali, secondo quanto afferma la stessa attrice, ma continuo a ricevere messaggi al riguardo, il cui contenuto è facile immaginare.

Lapalissiano che sia una mossa a scopo di marketing, neanche troppo velata, e che la fanciulla in questione abbia ottenuto tanta pubblicità gratis grazie ai numerosi “lanci” giornalistici, basta un giretto su Google con le parole chiave giuste per sincerarsene.

A parte questo, la richiesta della ragazza difficilmente sarà presa in considerazione da qualcuno in grado di realizzare una MOC della categoria attesa, per varie ragioni, a partire da quella più terra-terra, comprensibile anche ad un non-AFOL: una creazione originale in LEGO ha un costo piuttosto alto, sia in termini puramente economici che in termini di impegno del costruttore.

ItLUG Porto San Giorgio 2013

La mia modestissima creazione presentata a Porto San Giorgio, lo sfasciacarrozze (foto sopra), mi è costata circa 250 euro in mattoncini e un paio di settimane di giocolavoro, tra ideazione, bozze, realizzazione e rifinitura dei dettagli. Si tratta di meno di 1000 pezzi (fra tutto), parte dei quali presi dalla mia piccola riserva di mattoncini LEGO usati.

ItLUG Porto San Giorgio 2013

Se ci orientiamo su uno dei castelli del diorama medievale (tipo quello in foto sopra), o il bosco, o il mosaico della Fontana di Trevi, la quantità di pezzi necessaria sale a diverse decine di migliaia, di pari passo con l’impegno per la progettazione e la realizzazione: si parla di mesi di giocolavoro.

Dubito seriamente che un artista del calibro di Nathan Sawaya, o un costruttore certificato come Ryan McNaught prendano anche solo in considerazione la richiesta, il compenso offerto è semplicemente inadeguato.

Fin qui le considerazioni asettiche e prosaiche riferite al valore “commerciale”.

Ma ora basta con le sciocchezze, andiamo al sodo: la principale ragione per cui la richiesta è inaccettabile risiede proprio nel fatto che venga chiesto a qualcun altro di costruire una cosa qualsiasi.

Tralasciando il fatto che senza dare indicazioni sulle preferenze, i gusti, gli interessi (anche semplicemente sul tipo di arredamento del soggiorno) sarà difficile creare qualcosa di soddisfacente, il punto è che qualcosa di già costruito è proprio quanto di più lontano possa esistere dalla ragione della passione che qualsiasi AFOL ha per i mattoncini: il piacere è nel creare, nel vedere prendere forma la propria idea, nello sviluppare metodi e tecniche di costruzione per ottenere forme ed effetti sorprendenti. Per un AFOL, smontare un dettaglio per rifarlo in modo differente cinque, dieci volte, fino ad ottenere il risultato cercato, è il minimo. E potete star certi che in quel momento la soddisfazione è totale.

Anche quando semplicemente si costruisca un set seguendo le istruzioni, l’appagamento ed il piacere nel maneggiare questi piccoli pezzetti di plastica colorata non può che essere ineguagliabile.

Quindi, per rispondere ai tanti che mi invitavano a cimentarmi, la risposta è che non mi interessa l’offerta, ma senz’altro posso consigliare alla fanciulla di recarsi nel più vicino negozio di giocattoli e fare il pieno di scatole di LEGO, per poi gustarsi una serata con le mani occupate a maneggiare mattoncini colorati, il cervello sgombro e l’anima in pace.

Identificare un set LEGO® dai pezzi

Può capitare di trovarsi per le mani un sacchetto di mattoncini, magari ricevuto da qualcuno che non sa cosa farsene.

Senza scatola e senza istruzioni è apparentemente inutile, se non si è avvezzi al manipolare mattoncini come un AFOL veterano.

Ecco una breve collezione di strategie per risalire al set ed alle istruzioni di montaggio.

Individuare il tema

Ogni set, a parte limitate eccezioni, appartiene ad un “tema”, ossia un raggruppamento di set con la stessa ambientazione o con gli stessi personaggi. In alcuni casi esistono temi “principali” suddivisi in temi più specifici. Alcuni esempi:

Individuare il tema è importante per restringere il campo di ricerca, a volte è sufficiente per poi trovare il set semplicemente sfogliando l’elenco dei set di quel tema.

Mi piace vincere facile: gli adesivi

In alcuni set, specialmente quelli della serie City, vi sono parti che hanno un adesivo applicato sopra, quasi sempre a mo’ di targa del veicolo. Ecco alcuni esempi (foto da Brickset)

Set 4208, il numero è usato come targa e come matricola del mezzo
Set 4208, il numero è usato come targa e come matricola del mezzo
Qui è riportato come numero di identificazione del modello di macchina operatrice
Qui è riportato come numero di identificazione del modello di macchina operatrice
Qui è la targa e il numero di matricola del mezzo
Qui è la targa e il numero di matricola del mezzo

Romabrick at Toy Museum in Zagarolo - 2013

In questa foto del nostro Domenico, scattata durante Zagarolo 2013, si vede il numero sul fianco dell’astronave, che è proprio il numero del set, il #918.

A proposito, a partire dal 2013 LEGO® userà cinque cifre per identificare i nuovi set.

Strani pezzi

Se non abbiamo a disposizione parti con adesivi, dobbiamo ripiegare su pezzi dalla forma insolita, o con una combinazione di forma/colore insolita.

Mentre la prima strategia è certamente più intuitiva, nel secondo caso le cose sono abbastanza complicate e qualche volta solo un AFOL esperto può identificare un pezzo che in quel particolare colore è raro.

Un esempio è dato dalla parte #3176, un pezzo abbastanza comune, prodotto a partire dal 1966 e presente in oltre 400 set differenti: in colore bianco è presente solo in una manciata di set, mentre in verde è presente in un solo set. Considerando che bianco e verde sono due colori comuni, diventa evidente che solo un esperto può capire di trovarsi di fronte ad un pezzo chiave per identificare un set.

Tornando ai pezzi dalla forma insolita, possiamo prendere ad esempio la rampa di scalini, parte #30134, presente in soli 59 set di tutta la produzione LEGO fino ad oggi. Se sono in colore nero o marrone, i set possibili sono una ventina per ognuno dei due colori, mentre in grigio scuro o rosso scuro appaiono in soli tre set.

Per sapere in quali set appare un pezzo, occorre prima identificare il “design ID” del pezzo. Di solito è stampato in caratteri microscopici nella parte interna del pezzo o nella parte inferiore, insomma in un punto che di solito non è esposto a pezzo montato. Occorre una buona lampada ed una lente d’ingrandimento per trovarlo, ad occhio nudo è possibile solo per chi è miope.

Il design ID è un numero generalmente di 4-5 cifre (anche se esistono pezzi molto vecchi con identificativi di due e tre cifre, e inizia ad apparire qualche pezzo con identificativi di sei cifre) che indica in modo univoco la forma del pezzo. Per esempio il classico mattoncino 2×4 ha design ID 3001. Naturalmente, essendo questo mattoncino uno dei pezzi più comuni (appare nelle sue varianti in oltre 2.200 set), difficilmente riusciremo ad identificare un set usando questo tipo di pezzo.

Una volta identificato il design ID, usando le funzioni di ricerca di Bricklink e di Brickset possiamo vedere in quali set è usato ed in quali colori.

Se non si riesce ad identificare il design ID, sia Bricklink che Brickset permettono di ricercare pezzi per descrizione (in inglese) o per categoria (sempre in inglese). In questo caso si deve però conoscere la terminologia usata dagli appassionati, e non è proprio immediato: tile, plate, slope, roof, ladder, bow, wedge… insomma, se riusciamo a trovare il design ID è meglio.

Sotto ecco un esempio di ricerca proprio della rampa di scale.

Ricerca per design ID della rampa di scale #30134
Ricerca per design ID della rampa di scale #30134

Una volta identificato il pezzo, si punta quello del colore in nostro possesso e si vede l’elenco dei set in cui appare.

In quali set appare in grigio scuro
In quali set appare in grigio scuro

Nell’esempio mostrato, la rampa di scale in grigio scuro si trova in due soli set (gli altri due sono scatole che raggruppano più set in una sola confezione), uno con la stazione ferroviaria, ed uno con il porticciolo. A questo punto se abbiamo anche i binari, o se abbiamo due sedie blu (#4079), i pezzi vengono dal set della stazione ferroviaria (set #7937).

Minifig e animali

Questa è un po’ più difficile, ma può tornare utile quando nel mucchio di pezzi vi sono appunto delle minifig (o parti di esse) o degli animali.

Nel caso delle minifig, si deve puntare a dettagli come il tipo di “vestiti”, il cappello, accessori come pale o martelli. A parte le situazioni ovvie in cui le minifig hanno indosso delle uniformi (polizia, vigili del fuoco), alcuni dettagli possono essere rivelatori. Per esempio, anche se la minifig ha una uniforme da poliziotto (riconoscibile dal distintivo), c’è una certa differenza se ha una giacca o un giubbetto chiuso con la zip.

Due differenti busti per minifig di poliziotto (immagini prese da Bricklink)
Due differenti busti per minifig di poliziotto (immagini prese da Bricklink)

La differenza fra i due busti nella foto sopra è apparentemente minima, ma quello a sinistra appare in 16 set, mentre l’altra appare in 32 set differenti. E’ molto importante anche la colorazione di altri dettagli come le mani: la differenza fra una minifig con le mani gialle e una con le mani grigie non è un semplice dettaglio.

Anche vestiti “normali” e altri tipi di accessori possono essere risolutivi per identificare un set. Un busto femminile con una giacca particolare o un foulard rosa possono restringere il campo a pochissimi set, tredici per la precisione, tutti molto particolari e facilmente individuabili.

Alcuni animali sono estremamente utili per identificare un set. Per esempio la gallina appare solo in tre set.

I pezzi “decorati”

Oltre agli adesivi, esistono dei pezzi con parole, simboli o disegni stampati sopra. Sono normali pezzi, piuttosto comuni, che la stampa rende particolari.

Alcuni di questi pezzi sono presenti in un solo set, o in un piccolo gruppo, per cui sono candidati ideali per identificare un set. Alcuni esempi:

Si può essere meno fortunati, trovando ad esempio una mattonella 1×1 con indicatore a lancetta, che è presente in 68 set, quindi poco utile ad identificare un set.

L’ultima risorsa

Se proprio non riusciamo ad identificare il set in nessun modo, possiamo ricorrere all’amico AFOL, che sicuramente avremo. Un AFOL degno di questo nome sa identificare abbastanza rapidamente un set dai pezzi, anche in casi disperati.

Solo, non abusate della sua pazienza.

Verificare di avere tutti i pezzi

Una volta identificato il set passiamo a controllare se abbiamo tutti i pezzi necessari usando la funzione di inventario di Bricklink o di Brickset.

L'inventario di Brikset
L’inventario di Brikset
l'inventario di Bricklink
l’inventario di Bricklink

Sopra i due inventari del set della stazione ferroviaria.

In questo modo ci assicureremo di avere tutti i pezzi. In caso manchino, possiamo pensare di usare dei sostituti o, se proprio si vuole esagerare, acquistare i pezzi mancanti tramite Bricklink o il Pick a Brick del negozio ufficiale LEGO.

Naturalmente, questo vale solo se il numero ed il tipo di pezzi mancanti è ragionevole: se abbiamo solo la metà dei pezzi necessari forse la spesa non vale l’impresa. Sta a noi valutare pro e contro: se vogliamo completare un nostro vecchio set ritrovato in soffitta, potrebbe essere comunque un ottimo motivo per spendere qualche decina di euro.

Le istruzioni

Una volta controllato l’inventario dei pezzi, andiamo a prendere le istruzioni di costruzione.

E’ possibile acquistare i libretti originali, sempre da Bricklink, con una spesa spesso di pochi euro, se il set non è raro o “vintage”.

Per finire

In chiusura, l’invito è di non rifiutare mai un sacchetto o una scatola di mattoncini, non si sa mai cosa potrebbe venirne fuori.

Anche se non è un set completo, potrebbe comunque essere uno stimolo a costruire secondo la nostra fantasia ed il nostro gusto. Se poi si tratta di un set “importante” ed è anche completo, perché rinunciarvi?

Sono un giocattolo, risolvo problemi

Una situazione nota agli AFOL, ed estremamente frustrante, è quando ci si trova a parlare con un non-AFOL di quanto i mattoncini LEGO® non siano un semplice giocattolo ma qualcosa di molto più complesso e versatile, e l’interlocutore mostra un atteggiamento di sufficienza e di compatimento, della serie “hai un’età in cui dovresti aver smesso di giocare da un pezzo…”.

Il fatto che NASA ed ESA usino LEGO per sperimentare applicazioni per le future missioni spaziali, purtroppo, non sembra essere un fatto rilevante, probabilmente anche perché molto distante dalla nostra esperienza quotidiana.

Kroll Ontrack, una società molto nota nell’ambiente del recupero dati e dell’Informatica Forense, si è trovata qualche anno fa alle prese con un problema non da poco: un cliente aveva bisogno di recuperare i dati da oltre cinquemila nastri magnetici inzuppati d’acqua. Per capire le dimensioni del problema, basta tenere conto che un moderno nastro magnetico per dati è lungo svariate centinaia di metri (una cartuccia Ultrium-5 arriva a 800 e passa metri), che moltiplicati per il numero delle cartucce in questione fanno alcune migliaia di chilometri di nastro da pulire a mano, non esistendo apparecchiature specifiche per questo compito. In sostanza, anche mettendo tutto il personale a pulire nastro, segreterie ed ufficio paghe compresi, non sarebbe mai riuscita a consegnare al cliente il lavoro in tempi ragionevoli.

Uno degli ingegneri che lavora in Kroll, mentre col figlio costruiva un bulldozer di LEGO Technic, ha avuto quello che si chiama un “momento LEGO”, ossia ha trovato una soluzione semplice ed elegante ad un problema complesso.

Il video mostra la soluzione, realizzata interamente con pezzi standard LEGO (a parte i tamponi per la pulizia e, ovviamente, il nastro). Visto il basso costo, il meccanismo è stato replicato varie volte ed ha permesso di completare il lavoro in tempi ragionevoli.

Forse non sarà l’argomento definitivo, ma certamente citare i 600.000 dollari intascati da Kroll Ontrack per il lavoro eseguito sono piuttosto convincenti. Alla faccia del giocattolo.

Riferimenti

L’articolo riportato dal profilo Twitter di LEGO.

La notizia riportata da un giornale locale.

Un articolo su come giocare con LEGO sia uno stimolo per la creatività.

Extreme AFOL: non ditelo ad un purista!

Noi AFOL siamo piuttosto intransigenti, quando si tratta di mattoncini.

Reazione di un AFOL al verbo "incollare"
Reazione di un AFOL al verbo “incollare”

Oltre alle regole di “buona costruzione“, ci sono cose sconsigliate, cose proibite e cose che fanno inorridire qualsiasi appassionato LEGO® degno di questo nome.

Cose sconsigliate, non troppo

Qualche mese fa ho parlato delle astronavi, bellissime, costruite da Pierre Fieschi

'KRAPITCHOO' Vic Racer

Qui sopra ce n’è un’altra, costruita in microscala. Se si guarda bene, in alcuni punti sono incollati degli adesivi, per aumentare il realismo. Il purista accetta solo e soltanto etichette originali presenti nei set LEGO® ufficiali, pur ritagliate, mentre non è ritenuto troppo sconveniente usare adesivi di altra provenienza, o addirittura creati appositamente. In qualche caso si usano le decalcomanie usate nel modellismo classico.

F/A-18C Hornet of VFA-87 'Golden Warriors' (2)

L’aereo sopra, opera di Mad physicist, ha applicate alcune di queste decalcomanie, appunto.

Dato che questo livello di dettaglio è impossibile da riprodurre a quella scala, è ammesso l’uso di materiali “estranei”, anche perché costituiscono una minima parte del lavoro, il modello in sé è assolutamente spettacolare anche senza aggiunte.

Discorso analogo si può fare per alcuni altri elementi, come anelli elastici e cordini: dato che quelli di produzione ufficiale sono pochi e spesso molto piccoli, si tollera l’uso di elastici e corde non di provenienza LEGO®, spesso anche per praticità e convenienza.

Un esempio è il ponte sospeso presente nel diorama di città di Latina 2012.

Il ponte sospeso
Il ponte sospeso a Latina 2012

Le corde nere che simulano i tiranti in acciaio del ponte originale sono in numero e lunghezza tale da non essere realizzabili con materiale LEGO® originale ma, attenzione, ogni altro elemento che vedete è costituito esclusivamente da materiale originale.

Colla? Vernici? Proprio no

Parimenti è vietatissimo l’uso di vernici e di colle. Non importa la dimensione o l’importanza del modello, i colori devono essere quelli propri dei mattoncini.

Per la colla è ammessa una sola eccezione: se il modello è realizzato per essere trasportato ed esposto ad eventi e deve rimanere sempre quello, come ad esempio le realizzazioni su commissione per negozi o attività commerciali, i modelli promozionali o esposti al pubblico senza protezioni, allora è ammesso l’uso di colla, ma all’unico scopo di rendere maneggevole, robusta e soprattutto sicura per i visitatori la realizzazione.

I due giovani "padawan" all'ingresso
La minifig gigante è tenuta insieme dalla colla

Tipicamente, le minifigure “ingrandite”, come nella foto sopra, di solito esposte all’ingresso di un’area espositiva o in uno degli stand, dove c’è continuo passaggio di persone e non c’è transenna o recinzione, sono incollate pezzo per pezzo, proprio per evitare problemi anche di sicurezza per i visitatori: se un bambino si “appende” e se ne stacca un pezzo le conseguenze possono non essere piacevoli, per nessuno.

L’orrore, l’orrore

Tagliare, forare, modificare, avvitare, e tante altre operazioni sullo stesso tenore, sono l’abominio. Mai, per nessun motivo, è ammessa la modifica delle caratteristiche di forma e dimensione di un elemento.

Se andate ad esporre una vostra creazione nella quale i mattoncini sono modificati, verrete, nella migliore delle ipotesi, espulsi con cartellino rosso e tre turni di squalifica.

E’ considerato indecente l’uso di materiali “estranei” per replicare oggetti reali, come ad esempio tende parasole, alberi, vegetazione, veicoli e via così.

Bello, ma proprio non va
Bello, ma proprio non va

Nella foto sopra, un esempio di tutto quello che non è considerato accettabile da un purista (praticamente tutti gli AFOL lo sono): mattoncini incollati, verniciati e forati, stoffa e cartoncino, fili elettrici e luci non LEGO®. Per carità, la realizzazione è carina e l’idea è originale, ma difficilmente sarà accettata per l’esposizione in un evento LEGO®.

Qualche tempo fa su uno dei forum di appassionati c’era una discussione accesa sul fatto di allentare questa regola in caso di plastici ferroviari, andando ad utilizzare l’ampia scelta di materiali per il modellismo ferroviario per ricreare paesaggi con erba, alberi, rocce, corsi d’acqua. La conclusione, in sostanza, fu che in quel caso si poteva ottenere un effetto maggiore sui visitatori, oltre ad un risparmio sui materiali (un prato in mattoncini può costare molto di più di un prato realizzato con l’erbetta sintetica ed il muschio), solo che per prima cosa non sarebbe più stato un diorama LEGO®, ma qualcosa d’altro, poi sarebbe sorto un problema non da poco: quanto e quale materiale non-LEGO® sarebbe accettabile, oltre il quale il risultato non è più considerato una creazione LEGO®?

Infine, un modo sicuro e veloce per farsi buttare fuori velocemente e definitivamente, non solo da quella esposizione a cui intendete partecipare, ma da tutti i gruppi di appassionati LEGO® del continente, è di presentarsi con una creazione contenente mattoncini “compatibili”: praticamente è come andare vestiti ad un raduno di naturisti, sei nel posto sbagliato.

Non voglio la luna, mi basta costruirla

Scherzi a parte, la regole da rispettare per le creazioni LEGO® riconosciute dalla comunità di appassionati sono poche, alla fin fine, ma quelle poche sono irrinunciabili.

L’apparente carenza di elementi specifici per realizzare un particolare o un dettaglio, una struttura complessa o un meccanismo specifico è proprio il motivo per cui l’uso esclusivo di mattoncini LEGO® sviluppa creatività, fantasia e intelligenza (nelle sue declinazioni di intelligenza spaziale e progettuale): il doversi inventare un modo per fare un elemento inesistente, come ad esempio un albero in fiore o un tetto in lamiera, sottopone il cervello del costruttore ad un esercizio senza paragoni, indipendentemente dall’età.

Concludo con un articolo di Andy Robertson su Forbes, in cui racconta di aver fatto ricorso alla supercolla per tenere insieme alcune parti della gru del porto di LEGO® City (set #7994) che il pargolo di 5 anni continuava a staccare per l’eccessivo peso di quello che sollevava. Quando il pargolo ha tentato di smontare la gru per costruire altro, ossia lo scopo principale dei mattoncini, si è trovato a non poter riutilizzare liberamente i pezzi incollati, ormai obbligati ad essere una gru e niente altro.

E’ una metafora del cosiddetto “potenziale umano”: se si lascia un bambino libero di scegliere, potenzialmente può diventare qualunque cosa. Se invece lo si costringe ad un modello preordinato, non potrà essere niente altro.

Extreme AFOL: costruire “legalmente” (II parte)

Proseguiamo con la nostra chiacchierata sui modi corretti di usare i mattoncini.
(La prima parte è qui)

Di coni, cilindri ed altri solidi

Uno dei problemi ricorrenti è quello della fessurazione di particolari punti dei mattoncini. A volte è un problema di come viene stampato un pezzo, altre volte è un problema di connessioni errate.

Un cono, un cilindro ed un mattoncino
Un cono, un cilindro ed un mattoncino

Nella foto sopra sono mostrati i nostri tre collaboratori per il prossimo esempio. L’inserimento del cilindro verde sotto il mattoncino arancio non pone alcun problema: la dimensione del cilindro è tale che una volta inserito completamente il bottoncino l’incastro è stabile e non può procedere oltre.

L'incastro con il cilindro non crea alcun problema
L’incastro con il cilindro non crea alcun problema

Se andiamo a inserire invece il cono grigio abbiamo un problema: è vero che la parte superiore del cono è esattamente della dimensione di un bottoncino, ma se insistiamo con la pressione otterremo di inserire più profondamente il cono nella parte inferiore del mattoncino arancio, causandone con un effetto cuneo la fessurazione delle superfici laterali.

Il cono a destra è molto più recente di quello a sinistra
Il cono a destra è molto più recente di quello a sinistra

Per ovviare in parte a questo problema, LEGO ha provveduto a modificare leggermente lo stampo del cono, come mostrato in foto sopra: il cono grigio ha una leggera scanalatura che nelle intenzioni dei progettisti dovrebbe impedire al cono di inserirsi troppo profondamente nel mattoncino superiore e operare come cuneo.

Assi per ruote

Ritorniamo un momento sul problema dei pin sottoposti a sforzi eccessivi.

Un uso "creativo" per gli assi delle ruote
Un uso “creativo” per gli assi delle ruote

L’elemento nero in foto (part #6157) normalmente è utilizzato come asse per le ruote di piccola taglia. Nulla vieta di utilizzarlo in altri modi, tanto che il diametro dell’asse è compatibile con gli elementi a clip che di solito fanno da cerniera (ad esempio part #6019 o #63868).

Il pezzo grigio va bene, quello bianco no
Il pezzo grigio va bene, quello bianco no

Nella foto sopra, l’incastro con il pezzo bianco (part #4081) è da considerarsi errato: il motivo è lo stesso che abbiamo visto per i pin Technic™, ossia che l’asse è composto da un elemento elastico che deve raggiungere la posizione di riposo ad incastro avvenuto. Con il pezzo bianco questo non avviene mai, quindi si ottiene di rovinare irrimediabilmente l’asse.

Non è tutto ABS quello che…

I mattoncini non sono tutti dello stesso materiale. I pezzi trasparenti, per esempio, sono di policarbonato, non di ABS.

I trasparenti sono di policarbonato, i grigi di ABS
I trasparenti sono di policarbonato, i grigi di ABS

Nella foto sopra, i due pezzi trasparenti sono di policarbonato, più resistente dell’ABS, ma con un difetto: tende a sviluppare un attrito elevato quando è a contatto con altri materiali.

Incastri piuttosto solidi, ma utilizzabili
Incastri piuttosto solidi, ma utilizzabili

Incastrando parti in ABS con parti in policarbonato, si nota che la forza necessaria è maggiore che incastrando fra loro ad esempio il cono e il pin grigio in foto.

Qui serve una forza superiore
Qui serve una forza superiore

Nel caso mostrato in foto, le cose si fanno interessanti: la forza necessaria a incastrare i due pezzi è notevole, e separarli è ancor più faticoso, anche perché manca una presa efficace.

Forzalo abbastanza, e si romperà

In qualche caso l’incastro “illegale” lo è al punto da causare danni immediati ai mattoncini.

Quattro pezzetti innocenti
Quattro pezzetti innocenti

I quattro pezzi mostrati in figura possono essere incastrati in vari modi, ma due in particolare sono da evitare.

Questi due sono da evitare
Questi due sono da evitare

Quelli mostrati in foto, apparentemente innocui, sono invece dannosissimi. Quello di sinistra deforma sia la piastra incastrata che i bottoncini fra cui è bloccata. Nel passato sono stati messi in commercio set ufficiali che usavano questa tecnica (set #605, #644, #10021-1), ma è stata completamente abbandonata.

Quello a destra, fra la piccola piastra grigia con clip (part #2555) e la mattonella verde 2×2 è micidiale.

Cose che succedono a chi non rispetta le regole
Cose che succedono a chi non rispetta le regole

Mentre incastravo i due pezzi per fare la foto ho udito distintamente un “crack”. Ecco il risultato, miglior dimostrazione possibile di come il rispettare le pratiche consigliate di costruzione eviti stress a mattoncini ed a noi.

Extreme AFOL: costruire “legalmente” (I parte)

I “mattoncini” LEGO® esistono in moltissime forme differenti, anche se quando si parla di mattoncini il pensiero va immediatamente al classico elemento 2×4, inevitabilmente rosso.

Mattoncini? Eh, sì.
Mattoncini? Eh, sì.

Nella foto sopra si possono vedere alcuni “mattoncini” presenti in un moderno set: forme complesse, superfici curve o angolate, materiali e colori particolari. Se poi aggiungiamo gli elementi Technic™, le cose si fanno interessanti.

Se pochi mattoncini 2×4 possono essere connessi in milioni di modi differenti, figuriamoci quando si aggiungono un migliaio di pezzi di forma varia, tutti in qualche modo “connettibili” fra loro.

Stressare i pezzi (e non solo quelli)

Sebbene molti elementi abbiano più possibilità di connessione, non tutti i metodi ed i modi sono ritenuti “legali”. Ad esempio, i fori sui mattoncini Technic™ hanno apparentemente lo stesso diametro dei bottoncini, ma la connessione è considerata “da evitare”, e difficilmente la troveremo in un set ufficiale.

Naturalmente, le creazioni originali degli appassionati (MOC) non hanno nessun obbligo di rispettare alcuna regola, ma vi sono scuole di pensiero contrastanti in merito. Pensavate fosse tutto facile, eh?

Sfogliando questa discussione su Eurobricks, ho trovato un link ad una presentazione di Jamie Berard (PDF) dell’agosto 2006 che mostra gli incastri ritenuti “illegali” e ne spiega le ragioni, che si possono ridurre ad una sola: evitare di deformare o rovinare gli elementi sottoponendoli ad uno sforzo o ad una pressione per la quale non sono progettati.

Correttamente, più che parlare di tecniche “illegali” di incastro, e quindi di costruzione, possiamo parlare di migliori prassi di costruzione o, per usare una terminologia universale, le best practices di costruzione.

Vediamo qualche esempio.

Non tutti i fori sono uguali

Prendiamo tre piccoli elementi: #4070, #87087 e #6541.

Due mattoncini normali ed uno Technic™
Due mattoncini normali ed uno Technic™

Per quello verde è mostrato fronte e retro per evidenziare il foro quadrato che ha nella parte posteriore.

La non completa compatibilità fra elementi Technic™ e gli altri
La non completa compatibilità fra elementi Technic™ e gli altri

L’incastro a sinistra, per quanto inconsueto, è ritenuto accettabile. Quello a destra è sconsigliato per due motivi:

  • Il bottoncino del pezzo grigio è inserito nel foro del pezzo Technic™ giallo: il foro Technic™ non è sufficientemente “elastico” da permettere un inserimento agevole del bottoncino, e tende a deformarlo. Occorre fra l’altro una forza molto maggiore per unire e separare i due pezzi connessi in questo modo.
  • Il centro del foro Technic™ ed il centro geometrico del bottoncino laterale del pezzo grigio non sono perfettamente allineati: il foro sul mattoncino Technic™ è 0,18 mm più in alto. Pochissimo, certo, ma sufficiente per disallineare in altezza i due elementi, come mostrato dal pezzo rosso aggiunto sotto: sotto il pezzo grigio è evidente la presenza di uno spazio vuoto, a dimostrazione del differente allineamento.

Tutto per un click

I perni Technic™ esistono in varie misure e forme, e per tutti esistono regole per il corretto uso.

Perni e mattoncini Technic™
Perni e mattoncini Technic™

Riprendiamo il mattoncino Technic™ di prima, #6541, e due perni di differente misura: #3673, a lunghezza piena, #32002, che ha un’estremità che è esattamente la metà.
I due perni possono essere inseriti nel foro del mattoncino giallo, ma quello grigio scuro, se inserito dal lato più corto, rimane compresso fra le pareti del foro, senza raggiungere la posizione di riposo.

Il pin grigio scuro non si blocca se inserito dal lato corto
Il pin grigio scuro non si blocca se inserito dal lato corto

Se inserito dal lato corto, il pin non emette il caratteristico “click” che indica il raggiungimento della posizione di riposo.
Il risultato è che l’estremità del pin è costantemente sottoposta a pressione.

Il pin di destra è deformato
Il pin di destra è deformato

Nella foto sopra si vede l’effetto di un incastro in cui il pin non ha raggiunto la posizione di riposo, ossia non ha fatto il “click”. E’ piuttosto evidente che il pin di destra ha le due metà dell’estremità ravvicinate e piegate in punta: questo pin non regge più l’incastro e tende a sfilarsi facilmente dal foro in cui è inserito.

L'unico incastro valido è quello in verde
L’unico incastro valido è quello in verde

Nella foto sopra sono evidenziati in rosso gli incastri che provocano il tipo di deformazione dei pin mostrato subito sopra. L’unico valido è quello con il mezzo pin con bottoncino (part #4274), tutti gli altri portano al deterioramento del pin. Lo stesso succede se l’incastro è fra pin ed i cilindretti nella parte inferiore dei mattoncini, dato che il diametro interno dei cilindretti è addirittura inferiore a quello del foro nel mattoncino 1×1 cilindrico verde mostrato in figura.

Usa la forza, quella che serve

Una regola generale è che gli incastri devono essere gestibili da un bambino di sette anni, quindi non devono essere troppo complicati, né richiedere una forza di unione o separazione superiore al normale incastro fra due mattoncini 2×4.

Incastri al limite
Incastri al limite

Nella foto sopra l’incastro fra il mattoncino giallo e quello azzurro è ammesso, ma sconsigliato. Nel riquadro con il bordo rosso è mostrato il perché: se si intende aggiungere un altro mattoncino sopra quello giallo che sporga a coprire quello azzurro, l’incastro sarà obliquo, anche se di poco, per i famosi 0,18mm di disallineamento di cui parlavamo sopra.

Se poi andiamo ad incastrare un pezzo con più di un bottoncino, come nella parte alta in foto, lo sforzo richiesto per unire e staccare i pezzi è notevole, tale che difficilmente un bambino ci riuscirà. E’ vero che esistono incastri molto difficili da separare (ad esempio due piastre 2×8 sovrapposte), ma ricorrendo ai separatori la divisione non richiede grande sforzo, mentre nella situazione mostrata in foto non c’è possibilità di usarli, non disponendo di una presa efficace.

(Fine della prima parte)

Per ridere: sangue di AFOL

Da una recente ricerca apprendiamo che è oggi possibile identificare se un individuo è AFOL in modo irreversibile ed incurabile.

Sangue normale (sopra) a confronto con sangue di AFOL (sotto)
Sangue normale (sopra) a confronto con sangue di AFOL (sotto)

E’ sufficiente una analisi del sangue.